Parlando al World Economic Forum di Davos, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha tentato di contemperare il rigorismo tedesco (inclusi alcuni caratteritici topoi, come quello sulla fiducia che verrebbe dalla stretta fiscale), con altre considerazioni ben più pragmatiche. Quelle che potrebbero risultare decisive per il futuro della politica monetaria dell’Eurozona.
In un articolo sul Corriere, Salvatore Bragantini analizza la persistenza dell’elevato differenziale di tasso d’interesse tra Italia e Germania, e ritiene che ampia parte di esso sia imputabile all’esistenza di un premio al rischio di collasso dell’Eurozona, ed al ritorno di valute nazionali. Potrebbe aver qualche ragione.
Continua il tormentone della ristrutturazione del debito sovrano in mano ai privati (le banche, in sostanza), ma si intensifica anche la pressione del Fondo Monetario Internazionale affinché la Bce si prenda il suo bravo haircut. Ovviamente all’Eurotower non ci sentono, ed hanno cominciato a scavare trincee.





